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Un miraggio al quale dissetarsi, dopo una traversata da incubo. Il pensiero più dolce, nel quale cullarsi per riprendersi dallo strazio. Benedetti film corti, dunque. Soprattutto per colui che, per fare solo un esempio, abbia dovuto sciropparsi quella chilometrica, infinita, soporifera, provocatoria lagna di "The Kingdom" del regista danese Lars Von Trier: quasi cinque ore di incomprensibile narrazione tra le corsie di un ospedale.
Viva il film breve, intenso, pregno di eventi e, ma sì, anche di messaggi. Viva quelle commedie della Hollywood prima del codice Hays, le "screwball comedies" da un'ora, un'ora e mezzo massimo in cui il finale arrivava fulmineo, appeso a una battuta efficace o al sorriso di una luminosa Katherine Hepburn. E in questa ode dei film più corti della storia, il rischio è dietro l'angolo: perché nel pensiero comune il cosiddetto "film" è il lungometraggio. Quando poi l'opera si accorcia e si accorcia, passando sotto l'ora, e poi sotto la mezzora e poi sotto il quarto d'ora, allora diventa un cortometraggio.
Se però vogliamo entrare nel territorio della provocazione, allora diciamolo: il film più corto della storia l'ha fatto un olandese, e alzi la mano chi pensa di batterlo. Il suo film dura un secondo netto, praticamente uno starnuto. Realizzato dal regista Anton Corbijn, prodotto dall'agenzia di comunicazione KesselsKramer, si intitola "Smallest Shortest Film" e, come si può evincere, non solo ambisce al record di brevità, ma anche a quello della dimensione. Perché è piccolo come un francobollo. A dirla tutta, il film ha una durata effettiva, nella scarnissima trama, di un secondo, ma tra sigla iniziale e finale, raggiunge la considerevole lunghezza di trentotto (38) secondi. Ed eccolo qui.
Tra i film più brevi della storia del cinema, però, non si possono che includere i primi prodotti degli inventori della settima arte, i fratelli Lumiére. Da "L'arrivo dei fotografi al Congresso di Lione" (1895, quasi tre quarti d'ora di durata) fino a "Battaglia con le palle di neve" (1896, 50 secondi) o al celeberrimo "L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat" (sempre 1896, sempre 50 secondi), i fratelli francesi diedero il loro meglio in quanto a brevità. I mezzi erano quello che erano, e il pubblico non chiedeva che una manciata di attimi per rimanere a bocca aperta di fronte alla grande invenzione. Oggi, la brevità — perlomeno nei film commerciali di Hollywood — la si cerca più nei dialoghi che nella durata complessiva: i clienti numeri uno di questa industria, i teenager, sfoggiano spesso una capacità di concentrazione inferiore al battito d'ali di una farfalla. Se la si tira per le lunghe a snocciolare concetti, i suddetti passano a digitare sul cellulare, in attesa della prossima esplosione terrificante.
Ma per tornare a monte, film brevi e intensi erano sicuramente quelli prodotti dal cinema americano negli anni Trenta e Quaranta. Film indimenticabili come "Stasera ho vinto anch'io" di Robert Wise, noir del 1949, durata 72 minuti, per di più girati in rigoroso tempo reale, nei quali Robert Ryan interpreta un pugile deciso a vincere la partita della vita nonostante le minacce di alcuni gangster che hanno puntato forte sulla sua sconfitta. O come "Incantesimo" di George Cukor, commedia brillante del 1938, dove Cary Grant e Katherine Hepburn ci mettono un'ora e mezzo effettiva a capire di essere fatti l'uno per l'altra. Per non parlare del thriller "Il terrore corre sul filo" di Anatole Litvak, con una sontuosa Barbara Stanwyck: un meccanismo perfetto di suspense e claustrofobia, di soli 89 minuti.
Oggi, nel regime hollywoodiano delle due ore e mezzo, delle saghe interminabili tra fantasy e horror, delle sequenze d'azione e delle battaglie senza fine, il famoso detto degli antichi greci riguardo ai libri ("grande libro, grande male") non viene assolutamente seguito. In una società che corre sempre più velocemente, ma riflette poco, si è perso il gusto di quei film densi di emozioni e alieni dalla prolissità.
Ferruccio Gattuso






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