Sue Lyon: che fine ha fatto la Lolita di Kubrick?

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Il successo di Lolita era scritto nel giorno in cui si è deciso di mettere nella stessa ricetta due ingredienti come il romanzo di Vladimir Nabokov e il mostruoso talento di Stanley Kubrick. Poi ci voleva James Mason come protagonista e una donna bambina adeguata, che non sollevasse eccessi pruriginosi a rischio pedofilia ma che facesse risuonare negli spettatori una corda legata al desiderio e a quel tempo della vita di adolescente che rimane misterioso perfino a coloro che l'hanno vissuta, come se non ricordassero di che perversioni fossero capaci.

Fu scelta la 16enne Sue Lyon, giovanissima modella per i grandi magazzini J.C.Penney, e da quel giorno la sua immagine con occhiali a forma di cuore e il leccalecca in bocca diventò parte del nostro immaginario.

Il gigantesco successo del film le consentì di registrare un 45 giri e passare da illustre sconosciuta a donna più desiderata d'America. L'anno successivo entrò nel cast di La notte dell'iguana, di John Huston, mantenendo il suo personaggio di giovane provocante e seduttiva. Si sposò giovane con il fotografo di colore Roland Harrison. Un matrimonio controverso per l'epoca, che la indusse a lasciare gli Stati Uniti e andare a vivere in Spagna. Dopo il divorzio scelse Gary Adamson, destinato in breve a spendere il resto della sua vita in carcere per una rapina col morto.

La carriera di Sue durò un altro paio di film, e poi arrivarono gli anni '70 e lei fu relegata a ruoli di secondo piano. Tra tutti, va ricordata la partecipazione a I vizi morbosi di una giovane infermiera: non per meriti attoriali, quanto per un titolo che nulla toglie all'epica della commedia pecoreccia all'italiana propria di quegli anni. Sarà stato per via del suo scarso talento o l'essere vincolata a doppio filo col ruolo del primo film, sta di fatto che il successo non arrise più alla dolce Lyon, che all'inizio degli anni '80 si ritirò dalle scene. Sposò un ingegnere del suono e tornò a vivere a Los Angeles. Non ha più concesso un'intervista.

Stefano D'Andrea

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