Danny Boyle, il regista della cerimonia di apertura delle Olimpiadi 2012

Danny Boyle, il regista delle Olimpiadi di Londra 2012Danny Boyle, il regista delle Olimpiadi di Londra 2012Solo su Yahoo!
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Ha diretto film di culto e pellicole baciate da grande successo, ma il suo nome non è conosciuto come quello di altri suoi colleghi come James Cameron, Peter Jackson o Ken Loach. Eppure quando si è trattato di scegliere a chi assegnare l'importante compito di dirigere la cerimonia inaugurale delle olimpiadi di Londra 2012 il comitato organizzatore ha puntato tutto su di lui. Ma chi è Danny Boyle?

Regista eclettico e libero da schemi prefissati, Boyle ha dimostrato nel tempo di saper spaziare tra i generi senza perdere il suo tipico stile, caratteristico ma flessibile. Figlio di una cattolicissima famiglia inglese di origini irlandesi, innamorato della Scozia ma dotato di uno sguardo capace di alzarsi lontano dai ristretti confini britannici, deve essere sembrato il candidato ideale per mettere in scena l'unità multiculturale dell'attuale Regno Unito.

Avviato a una sicura carriera ecclesiastica per volere della madre — come Martin Scorsese, John Woo, e Night M. Shyamalan — il giovanissimo Daniel Boyle, detto Danny, rimase tanto profondamente colpito dalla visione di Apocalypse Now da decidere di buttarsi sul teatro. Dopo aver diretto diverse produzioni per compagnie storiche come la Royal Shakespeare Company e aver lavorato per importanti teatri passa alla tv, dove lavorerà per un decennio per la Bbc facendosi conoscere nell'ambiente fino a trovare il modo di approdare al cinema.

Piccolo omicidi tra amici è la sua prima pellicola, grande e inatteso successo nel 1994, che spinge la critica a parlare di lui come dell'uomo che può rivitalizzare il cinema inglese. Spinto dal successo dell'esordio e sotto suggerimento di Ewan McGregor — suo attore-feticcio del primo periodo — decide di realizzare la trasposizione di un romanzo di Irvine Welsh incentrato sul tema scabroso della tossicodipendenza.

Complici una colonna sonora azzeccatissima e al passo con i tempi e delle performance recitative su cui spicca la prova di McGregor, Trainspotting riesce nella difficile impresa di diventare un film di culto e allo stesso tempo una pellicola di successo diffuso.

Dopo aver fatto centro due volte su due il suo nome comincia a circolare nell'ambiente e gli viene offerta la regia di Alien — la clonazione, di cui però Boyle girerà solo alcune scene, prima di trasferirsi a Hollywood per dirigere Una vita esagerata, sempre con Ewan Mcgregor e Cameron Diaz che si rivela però un clamoroso insuccesso.

Per risollevarsi decide allora di puntare su un progetto sempre su consiglio del fido McGregor: la trasposizione del romanzo The Beach. La produzione però scrittura Leonardo DiCaprio, all'insaputa dello stesso regista, provocando la rottura del rapporto tra i due. Anche The Beach, girato in un atollo incontaminato in Thailandia con altissimi costi e tra infinite polemiche con gli ecologisti, si rivela un tonfo commerciale ancora più pesante. E a poco varrà lo status di culto che ancora oggi gli viene riconosciuto dai "backpackers".

Incassato il tremendo uno-due Boyle ripara nella sua terra natia e ricomincia daccapo tornando alla tv. Il nuovo millennio lo passa lavorando su pellicole minori, ma di discreto successo come l'horror post-apocalittico 28 giorni dopo, la commedia Millions, su un ipotetico passaggio dalla sterlina all'euro, e Susnhine, ambientato in un futuro fantascientifico in cui il sole sta per spegnersi.

Danny Boyle deve attendere il 2008 per vedere finalmente premiati il suo talento e i suoi interessi variegati, ma il successo arriva impetuoso senza se e senza ma, con una storia su cui in pochi avrebbero puntato. The Millionaire infatti racconta di un orfano delle baraccopoli di Bombay/Mumbai che riesce a vincere l'edizione indiana di Chi vuole essere milionario?. 8 Oscar, tra cui quello per il miglior film e quello per il miglior regista, e una pioggia infinita di altri premi, tra cui Golden Globe, Bafta e Guild, lo trasformano in una star, elevandolo rapidamente al livello di registi ben più noti e quotati.

Una storia a lieto fine? Probabilmente sì perché se qualcuno temeva che tanto successo potesse dargli alla testa, il recente 127 ore ha dimostrato che forse Boyle ha imparato la lezione e non lascerà che il suo stile si annacqui tanto facilmente.

L'uso di personaggi principali indisponenti o sgradevoli, la cura nella scelta della colonna sonora, l'uso di musica elettronica, di una fotografia satura e dai colori brillanti, la presenza di immagini panoramiche spettacolari, gli intricati flashback e l'inizio in medias res sono alcuni dei suoi tratti caratteristici riconoscibili tanto nei primi quanto negli ultimi lavori. Anche se forse in pochi hanno notato che in un modo o nell'altro, Danny Boyle riesce sempre a inserire nella trama un riferimento alla sua amatissima Scozia.

di Roberto Artigiani

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