Festival di Cannes 2012: Cosmopolis, o della versione noiosa della crisi

Non c'è niente che funziona davvero in "Cosmopolis" di David Cronenberg, tratto da un pur bellisimo libro di Don De Lillo.

Per un'ora e mezzo la camera  si innamora di qualche metafora felice, di una buona intuizione, e non fa altro che ripeterle, lasciando l'inquadratura fissa su Robert Pattinson, finanziere cattivo e alienato, seduto sul suo trono-sedile di una limousine blindata che sembra un'astronave di un brutto film degli anni '80.

Dalla sua macchina — universo il broker ricchissimo Pattinson non scende mai: lì riceve gli amici, i fratelli e i soci in crisi di coscienza; lì fa sesso; lì  si sottopone, ogni giorno, a un ossessivo check up completo. Lì, dal sedile della sua macchina astronave (= metafora di personaggio alienato che attraversa il mondo come se fosse un universo lontano e parallelo, senza lasciarsene mai toccare davvero e senza mai appartenervi davvero. Chiaro?), Pattinson compie la sua discesa all'inferno.

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Lo fa non per caso, non per scelta degli eventi. Lo fa, è questa è una delle poche cose buone del film, senza paura, con consapevolezza e determinazione.

Fuori dalla Limousine blindata si affastellano le grida dei rivoltosi di una simil "Occupy Wall Street" e che ha per logo (attenzione: altra metafora!) dei topi morti in una New York mai così grigia, nevrotica, paralizzata dal traffico e dell'ansia.

Un intrico di nevrosi in cui si fanno strada una bellissima e frigidissima moglie, una bodyguard accorta ( i cui consigli vengono puntualmente ignorati), un vecchio barbiere pazzo, un lanciatore seriale di torte in faccia ai potenti della Terra (il personaggio più simpatico del film) e un fallito pauroso deciso a uccidere il cattivo finanziere, che ritiene colpevole dei mali del mondo.

Questa è la storia. E per essere quella di un film che per tre quarti del tempo usa una sola inquadratura è già parecchio complicata.

Poi c'è il resto: Cronemberg che cincischia con la sua stessa bravura fino a dimenticarsi a cosa dovrebbe servire, Pattinson completamente inadeguato e fuori parte, Juliette Binoche tanto bella e sexy, quanto sul punto di dire, in ogni momento: "Ok: e adesso? Dopo essermi spogliata e rivestita, che devo fare?",  e Paul Giamatti che, perfetto come sempre, nella parte dello psicopatico fallito e triste, in dieci minuti fa un sol boccone di Robert Pattinson. E di tutto il film.


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