Festival di Venezia 2012: l’occasione mancata della “Quinta Stagione”

E se la primavera smettesse di arrivare? E se l'inverno non finisse mai?

Ecco la domanda a cui risponde "La quinta stagione" coraggioso film di Peter Brosens e Jessica Woodworth coppia di registi belgi già vincitori del Leone del Futuro nel 2006 con il bellissimo (e smarrito) "Khadak".

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La storia è quella di un placido villaggio delle Ardenne in cui all'improvviso muoiono le stagioni, e tutto si confonde in un unico grande inverno, senza né inizio né fine, in cui i campi non danno frutto, gli animali non si riproducono, le api muoiono e gli alberi avvizziscono. Poiché nessuno riesce a spiegare questo fenomeno, che porta in breve tempo, a miseria materiale e d'animo,  gli, ormai ex, contadini del villaggio, non possono fare altro che inventarsi un caprio espiatorio, qualcuno a cui dare la colpa della catastrofe e punirlo, nel vano tentativo di blandire l'ira di quel cielo arrabbiato.

Un ingrato ruolo, che cadrà su un povero viandante filosofo, padre solitario di un ragazzino paraplegico, contro cui l'ira dei paesani si scatenerà, cieca, violenta e crudele.

Sulla base di questa ottima trama i due belgi costruiscono un film che forse vola, ma non decolla mai, e anzi si perde dietro metafore e manierismi inutili o peggio dannosi, dietro lungaggini e simbolismi che indeboliscono la narrazione invece di rafforzarla come dovrebbero.

Ecco perché, nonostante gli applausi non siano mancati, alla fine dell'anteprima si ha la sensazione di aver mancato un'ottima occasione.