Festival di Venezia: i Leoni d’oro immeritati

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Ma ci sono dei Leoni d'oro immeritati? Intendiamo: immeritati in senso assoluto. Indiscutibilmente, incontrovertibilmente immeritati. Difficile dirlo. Certo è che i critici (cinematografici, ma non solo) possono a volte intingere la propria penna in inchiostri decisamente contrastanti. Diciamo pure opposti. Quali? Quelli del conformismo — il belato armonico verso il film e l'autore che proprio non puoi non incensare perché dice "la cosa giusta al momento giusto" - e quelli dell'individualismo provocatorio più narcisista. Ogni anno, insomma, c'è sempre qualche opinione (ultimamente le più frequenti su Internet, spazio "democratico" dove il giudizio tranchant è vero e proprio modus vivendi... che tra l'altro porta traffico di utenti) che definisce l'ultimo Leone d'oro come "immeritato".

Spulciando qui e là, possiamo segnalare alcuni dei titoli vincitori alla Mostra cinematografica di Venezia che proprio non sono andati giù a chi si illude di costituire il "verbo" della cinefilia contemporanea. Un esempio recente, per esempio, è "Lebanon", Leone d'oro del 2009 del regista israeliano Samuel Maoz. Innanzitutto, si tratta di un israeliano e, nel consesso della critica e dell'intellighenzia più militante, non è che Israele sia troppo popolare. Eufemismo. Di più, il film "osa" rappresentare, tra luci e ombre, anche il volto umano dei soldati israeliani. Non sia mai. Tanto più che lo stesso anno c'era un (ennesimo) film anti-capitalista di Michael Moore, così meravigliosamente (per loro) "americano ma anti-americano"! Perché non premiare "Capitalism: A Love Story"?, avranno pensato le penne in questione. Scatenare, successivamente, elzeviri interminabili sulla crisi dell'Occidente e del Mercato (sempre e comunque "selvaggio") sarebbe stato uno spasso.

Un altro vincitore che si vide rifilata la stella gialla da "immeritato" è "La Leggenda del Santo Bevitore" di Ermanno Olmi, ispirata al racconto del grande scrittore mitteleuropeo Joseph Roth. Un film appesantito, sostenevano alcuni, da interminabili silenzi e dialoghi a tal punto rarefatti da diventare "omeopatici". In effetti, il film di Olmi non è che fosse un blockbuster d'azione, e il protagonista Rutger Hauer non era decisamente lo stesso di "Blade Runner". Nemmeno "Il Segreto di Vera Drake" (2004) di Mike Leigh sembrò conquistare i cuori, nonostante la convincente interpretazione (volutamente "a sottrazione") di Imelda Staunton.

Se poi si vuole considerare, nella categoria del "Leone immeritato", la deludente prestazione al botteghino, bè, si può dire che un titolo come quello di Leigh non fu certo di cassetta. Stesse perplessità raccolse "Moonson Wedding — Matrimonio Indiano" (2001) di Mira Nair, accusato di banalità, uso un po' troppo astuto dei luoghi comuni, e infine, ricorso ai toni della commedia. Come se a vincere dovessero essere sempre e solo i drammoni, possibilmente senza speranza di catarsi. Qui, per capirci, ci si sposa e si raccontano gli intrecci tra cultura indiana tradizionale e necessità della globalizzazione. Un titolo troppo "facile", of course. Nulla da poter citare con aria pensosa in un salotto buono.

Il successo di "Somewhere" di Sofia Coppola nel 2010, poi, fu abbracciato da molta critica, ma il pubblico "mainstream", col suo passaparola, cucì sul film della illustre figlia di cotanto Francis Ford l'etichetta di "immeritato Leone d'oro". Così come immeritata venne ritenuta la vittoria del film di Peter Mullan "Magdalene", film-denuncia che puntava il dito contro alcuni conventi di suore irlandesi, dove la disciplina faceva rima con il sopruso. Il tema urticante e le polemiche scatenate sui media, evidentemente non avevano trovato una conferma di altrettanto peso nel film di Mullan.

Infine, per restare alle storie d'Irlanda, terminiamo con il Leone vinto da "Michael Collins" di Neil Jordan, incentrato sul personaggio storico della lotta indipendentista d'Irlanda, interpretato da Liam Neeson. Molti critici non condivisero la vittoria, il film risultò un po' troppo "patinato", considerando che in concorso quello stesso anno a Venezia vi era "Fratelli" di Abel Ferrara, gangster-story famigliare, giudicato un capolavoro.

Ferruccio Gattuso