Quando la colonna sonora fa emozionare: la parola a Paolo Buonvino

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Ricordate la scena? Lui (Noodles) e lei (Debora) sono sulla spiaggia. Lui le racconta dei suoi infiniti giorni in carcere, spiegandole come l'unica cosa che lo aiutasse a vivere fosse il pensiero di lei, "là fuori". In altre parole, lui le sta giurando amore eterno.
E' una delle scene più toccanti di un capolavoro: C'era una volta in America, il film con cui Sergio Leone si congedò dal mestiere e dalla vita. Mentre Noodles (un certo Robert De Niro) parla e Debora (Elizabeth McGovern) gli pianta addosso uno sguardo di un azzurro mozzafiato, in sottofondo viaggiano le note scritte da Ennio Morricone. Una melodia dolcissima suonata da archi orchestrati a orologeria.

La scena è semplicemente perfetta, ed è forse il miglior punto di partenza per rispondere a un po' di domande. Per esempio, come fa la musica per il cinema a dettarci le emozioni? Com'è che appena parte un certo tipo di suono ci ritroviamo in lacrime, o in lacrime dal ridere? Qual è l'attrezzo, nella cassetta del compositore, che riesce a toccare le corde dei nostri sentimenti intonandole alla tristezza, alla paura, all'ironia?

"Gli strumenti del mestiere non mancano", spiega Paolo Buonvino, tra i principali autori di colonne sonore in Italia, indicato dallo stesso Morricone come suo erede. "Ma quel che conta è saperli scegliere. Prendiamo un attore che deve piangere: può decidere se affidarsi alla classica cipolla sotto al naso o, diversamente, concentrarsi su un pensiero che gli dia quello stato d'animo. Io preferisco la seconda scelta".

Portando la metafora alla musica, si tratta di decidere se, chiamati per esempio a musicare una scena dolorosa, affidarsi a un classicissimo accordo in modo minore (l'accordo triste per antonomasia) o inventarsi qualcosa di diverso e più stimolante. "La variazione e la novità sono uno strumento fondamentale — prosegue Buonvino —, anche perché non esiste in musica una regola oggettiva. Cito la mia esperienza con La Matassa, il film di Ficarra e Picone per cui ho scritto il soundtrack: in una scena mi è stato chiesto un commento sonoro ironico, e io l'ho realizzato in modo minore".

Insomma, è impossibile stabilire certezze instradando il sentire musicale in direzioni precise (addirittura indovinando pretese di scientificità, come è stato fatto di recente per Adele). "Una base di oggettività esiste, ma riguarda ciascuno di noi e l'imprinting che riceviamo già due mesi prima della nostra nascita, quando percepiamo i suoni nella pancia di nostra madre — aggiunge il musicista —. Lì si formano sensazioni precise che ci accompagneranno tutta la vita. E' il caso dell'affanno materno: una volta ascoltatolo, tendiamo poi ad associare a qualunque respiro affannoso una sorta di inquietudine. L'imprinting va poi considerato insieme ad altre 3 lenti dell'apprendimento musicale. Due sono piuttosto oggettive: quella fisiologica del funzionamento dell'udito, uguale per tutti; quella culturale, per cui appena sentiamo una tarantella pensiamo a Napoli. La terza è psicologica, ed è imprevedibile. Se pensiamo a Mozart, difficilmente immaginiamo qualcosa di negativo. Ma non è da escludere che esista chi, per la propria esperienza, rimandi a lui ricordi drammatici del proprio vissuto. Costui percepirà Amadeus in modo personale e diverso dalla maggioranza delle altre persone".

La complessità dell'ascolto, dunque, guida chi scrive musica per il cinema a non dare mai nulla per scontato e a evitare la scelta facile del violino languido durante il bacio dei protagonisti. Tuttavia, da qualcosa bisognerà pur partire. "Anzitutto, dal dialogo con il regista per percepire la sua corda emozionale — spiega Buonvino — e farla vivere nella composizione. La musica per immagini prepara ad una loro lettura precisa. Mettiamo che la scena sia di un bambino in spiaggia con una paletta: se scegli un pianoforte alla Let it be, comunicherai un certo tipo di emozione; se scegli un suono grave e ritmato, ne comunicherai ben altro tipo. Intonato sulla corda del regista, sta poi al compositore trovare l'ispirazione migliore. E qui non puoi che procedere per tentativi, sapendo che su mille che ne farai sarà solo uno quello giusto. Contano davvero tanti elementi: ascolti un particolare ritmo e ricevi una sensazione; a quel ritmo aggiungi poi una melodia o una serie di accordi di pianoforte e le emozioni cambiano strada. No, davvero — conclude Buonvino — l'unica regola è che non c'è una regola che non sia l'attenzione del musicista per un mondo in evoluzione continua, da cui semplicemente lasciarsi ispirare. E' in quel mondo che si scelgono gli attrezzi del mestiere".

Igor Principe

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