É stato il figlio

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C'è il "Brutti, sporchi e cattivi" di Scola (non a caso degli anni Settanta, epoca della storia qui rappresentata), l'estetica anti-estetica di "Cinico Tv" della premiata ditta con Franco Maresco, per alcuni versi anche l'intreccio tra imbruttimento fisico umano e geografico di "Canicola" dell'austriaco Ulrich Seidl, e infine il monito apertamente simbolico di un cinema che usa il grottesco per mascherare un realismo esasperato. C'è questo e molto altro nel film che Daniele Ciprì ha portato all'ultimo Festival di Venezia e che esce nelle sale il prossimo 14 settembre.

Si tratta di un gioiellino estratto dalle miniere a dire il vero un bel po' impoverite del cinema italiano, una storia magistralmente girata (con una splendida fotografia "raffreddata" dai toni seppia) che trasferisce sullo schermo il romanzo omonimo di Roberto Alajmo. Attraverso il racconto "fiabesco" di un uomo in fila all'ufficio postale (l'attore Alfredo Castro, che qualcuno ricorderà in "Tony Manero" di Pablo Larraìn) veniamo catapultati in un quartiere popolare periferico e depresso di Palermo, dove vive la famiglia Ciraulo, guidata da Nicola (Toni Servillo), la moglie Loredana (Giselda Volodi), i figli Tancredi e Serenella (Fabrizio Falco e Alessia Zammitti), e i nonni Fonzio e Rosa (Benedetto Raneli e Aurora Quattrocchi).

I maschi di famiglia portano a casa i soldi - pochi — lavorando come raccoglitori di ferraglia, le donne a casa ad allevare. Un malaugurato giorno, la piccola Serenella finisce ammazzata, vittima "collaterale" di uno scontro a fuoco tra mafiosi. Esaurita la disperazione generale, Nicola si sente dire che potrebbe chiedere un risarcimento — in milioni di lire! - allo Stato, e così si muove, ottenendo la promessa ufficiale e burocratica di duecento milioni. Che tardano ad arrivare, ma che già entrano nei cuori e nelle menti del gruppo famigliare. In attesa del lieto evento, i Ciraulo finiscono vittime di un usuraio, poi quando il denaro arriva Nicola pensa bene (cioè, male) di impiegarne la fetta più consistente nell'acquisto di una... Mercedes. Uno status symbol per guadagnare rispetto nello squallore metropolitano in cui si vive. L'automobile diventa così il "patto maligno" nato dal sangue che, prevedibilmente, porterà altro sangue.

Dal filtro grottesco della storia — nella quale Toni Servillo si muove, come al solito, da maestro: consigliamo di gustarlo nella scena della telefonata in cui dagli "uffici" si chiede ai Ciraulo di fornire le coordinate bancarie per il bonifico — si deposita nella memoria dello spettatore un senso di tragedia, arriveremmo a dire di tragedia shakespeariana (la macchia di sangue sull'asfalto finale ricorda tanto la "stain" di Lady Macbeth) che inquieta. Anche perché in quell'universo capovolto di straccioni indebitati, materialisti, avidi e disperati di un sotto-proletariato anni Settanta si potrebbe vedere qualcosa di noi stessi, oggi. Le automobili e le canottiere saranno pure diverse, i vizi capitali (qualcuno di schierato direbbe: capitalisti) sono gli stessi...

Ferruccio Gattuso

É stato il figlio
Regia: Daniele Ciprì
Cast: Toni Servillo, Giselda Volodi, Aurora Quattrocchi
Distribuzione: Fandango
Uscita nelle sale: 14 settembre

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