7 Days in Havana

7 Days in HavanaSolo su Yahoo!

Due case indipendenti e un marchio di rum: è questa l'alleanza — tra Fullhouse, Morena Films e Havana Club — capace di generare un film come "7 Days in Havana". E in quel "capace", che si chiaro, inoculiamo un bel po' di ironia. Sì perché questo curioso progetto capace di arruolare personaggi come Benicio Del Toro , Laurent Cantet - Palma d'oro a Cannes 2008 con "La Classe" - e Emir Kusturica (i primi due dietro la macchina da presa, il terzo davanti) ha potuto prendere forma per due motivi essenziali: la forza del mito (quello di Cuba, duro a morire) e la discesa in campo di una casa di produzione di rum simbolo della città di Havana. Ciò che ne nasce, seppur mascherato da storie dal sapore farloccamente "indy" (e con tanto di premessa ufficiale di volersi "discostare dai cliché turistici") è un film furbastro e promozionale dell'isola caraibica. Una strana, forse involontariamente perversa forma di promozione, a dire il vero.

Perché le sette storie (dirette da altrettanti registi) si tengono sì alla larga dai quadretti dei villaggi turistici e delle spiagge lussureggianti, ma si tuffano nelle mille suggestioni della capitale cubana con una strana, snobistica convinzione: che ci sia una forma di fascino — riprendiamo il virgolettato dalla cartella stampa — nello "straordinario stile di vita degli abitanti dell'Havana". Che consiste, come dalle sette storie narrate, in questo: la povertà, lo squallore, le ben note condizioni dell'isola, un regime inamovibile dal 1959, che alterna retorica nazionalistico-ideologica, controllo poliziesco, e una sottile campagna pubblicitaria per promuovere le proprie "chicas" agli appetiti degli occidentali, e poi i sogni di fuga a Miami, il talento individuale disperso nella quotidianità (come l'ingegnere senza prospettive che guida il taxi, il giocatore di baseball tentato dall'espatrio clandestino, il talentuoso trombettista jazz rassegnatosi a fare della sua capacità un mero hobby notturno, la bella cantante tentata dal rifarsi una vita all'estero con un ragazzo spagnolo epperò combattuta nella fedeltà al proprio uomo).

Una "fotografia dell'Havana nel 2011", la chiamano, e non solo: "Un ritratto contemporaneo di questa città eclettica, insieme eterna e proiettata nel futuro". Nel futuro? Sarà, ma negli occhi malinconici e arresi dei protagonisti caraibici non ci sembra affatto che brilli la luce del Possibile e del Futuro. Piuttosto, a essere insopportabile è questo voluttuoso atteggiamento di noi occidentali, che pretendiamo che Cuba resti una "Disneyland romantica e ideologica della vita difficile e frugale" nella quale tuffarci — saldamente ancorati, però, al biglietto aereo di ritorno a casa— a suon di slogan triti come "i cubani sono poveri ma dignitosi". Dai sette malinconici e stanchi quadri narrati in "7 Days in Havana" (ognuno incentrato su un giorno della settimana, uno dei quali, quello sulla cantante cubana diretto da Julio Medem è, senza mezzi termini, una tele-novela) emerge solo un'oggettiva bellezza: quella delle splendide ragazze cubane, sirene scure che si muovono armoniche e sublimi tra muri scrostati di palazzi fatiscenti, auto ingolfate, vecchi occidentali dallo sguardo allupato e dalle pessime intenzioni. Un contrasto che ha il suo fascino estetico, indubbiamente molto cinematografico. Ma che non basta a cambiare la realtà. Il fallimento di una società e di un regime di dinosauri avvinghiato al potere. Altro che futuro.

Ferruccio Gattuso

7 Days in havana
Regia: Benicio Del Toro et al.
Cast: Josh Hutcherson, Daniel Brűhl, Emir Kusturica
Distribuzione: Bim Distribuzione
Uscita nelle sale: 8 giugno

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