Django Unchained: il western spaghetti di Tarantino è un capolavoro [RECENSIONE]

Django UnchainedSolo su Yahoo!

La rivista "People" lo ha definito "un Bastardi Senza Gloria per la gente di colore". Ma "Django Unchained" - l'ultimo parto della rutilante fantasia di Quentin Tarantino, in uscita nelle sale italiane il 17 gennaio - è qualcosa di molto di più, è semplicemente un capolavoro del suo genere. E dopo averlo visto non si può che provare una sovrana pietà per la chiusura mentale, il pregiudizio (e, forse, la malcelata invidia) di un talentuoso collega come Spike Lee che, per il semplice fatto che nel film si fa amplissimo uso del termine "nigger" (negraccio), ha comunicato urbi et orbi che non andrà a vedere il film del regista italoamericano e che ne sconsiglia a priori la visione. La risposta di Tarantino al regista di "Fa' la cosa giusta" è stata pacata e di assoluto buon senso, più o meno riassumibile così: la storia è ambientata nel Sud schiavista e razzista degli Stati Uniti, la parola che i bianchi usavano per riferirsi agli uomini neri era semplicemente questa.

Django unchainedUna featurette esclusiva con il cast e alcune scene della pellicola di Quentin Tarantino

Non solo: Tarantino, con "Django Unchianed" realizza un film di straordinaria potenza antirazzista, qualcosa che nemmeno Spike Lee, con tutta il suo orgoglio nero, è mai riuscito a fare. Due anni prima dell scoppio della Guerra Civile, uno schiavo di nome Django (Jamie Foxx) cammina incatenato ad altri suoi sei compagni di sventura. É nelle mani di due bianchi schiavisti e il suo destino si annuncia più nero della pelle che lo condanna dalla nascita. Se non fosse che, sulla sua strada, si imbatte un "dentista" di nome King Schutlz (Christoph Waltz), in realtà un cacciatore di taglie di nazionalità tedesca che intende usarlo per una missione speciale. Liberato Django dalle catene, Schultz lo inizia all'arte delle armi da fuoco e dà vita una curiosa società con lui. Il patto è chiaro: se Django aiuterà Schultz, il "dottore" ricambierà in un prossimo futuro aiutandolo a liberare sua moglie, una nera di nome Broomhilda (Kerry Washington) finita come schiava nelle piantagioni di un ricco latifondista di nome Calvin Candie (Leonardo Di Caprio). Schulz, uomo dal parlare forbito, è anche persona di parola: i due "soci" finiscono così nella proprietà di Candie, Candyland, per giocarsi una rischiosa partita, il cui fine è liberare Broomhilda con l'inganno.

La storia, qui sommariamente narrata, fa vibrare corde fondamentali: vendetta, amore, amicizia, riscatto, giustizia, libertà, in un turbinoso mix magistralmente scritto, intessuto attorno a dialoghi e monologhi letteralmente ipnotici per lo spettatore (quello iniziale in cui Schultz e Django si incontrano, oppure quello di DiCaprio/Candie sulle teorie frenologiche che vorrebbero scientificamente provare l'inferiorità dei neri a partire dall'analisi del cranio). Il film non molla la presa per tutte le sue due ore e quarantacinque minuti di durata, lungo le quali ogni scena, ogni passaggio narrativo appare fondamentale. La straordinaria intuizione di Tarantino è quella di affrontare un tema così doloroso e cupo della storia americana senza fare sconti alla verità, e al contempo somministrando lungo il racconto sprazzi di comicità (perfino "alla Mel Brooks": con una scena di tema Ku Klux Klan che sembra tratta da "Mezzogiorno e 1/2 di fuoco"), surrealismo, e ovviamente splendide citazioni di quella tradizione definitivamente nobilitata come lo "spaghetti western". Passione divorante per Tarantino, cresciuto al cinema di Sergio Leone e, ancor di più, a quello di Sergio Corbucci (l'autore del primo "Django", 1966). Non è questo, comunque, lo spazio nel quale enunciare le mille e una citazioni del genere "spaghetti" (basti dire che nel film appare Franco Nero, l'immortale, originale Django, ndr).

Ci preme invece esaltare la capacità di Tarantino di capovolgere, con questo film, le accuse rivoltegli ai tempi di "Bastardi Senza Gloria". Se nella storia del commando vendicatore di ebrei in missione per assassinare Hitler numerose critiche di banalizzazione dell'Olocausto erano piovute sull'autore di "Pulp Fiction", con "Django Unchained" il discorso si fa opposto: con l'irriverenza del suo cinema, Tarantino riesce a raccontare la dolorosa storia dello schiavismo in America e addirittura sommuovere (se non commuovere) lo spettatore, senza ricorrere a noiose prediche storiche. Oltre a ciò, l'imprevedibile Quentin si leva lo sfizio di regalarci una galleria di personaggi mirabile. Waltz e Di Caprio sono letteralmente da Oscar. Il primo nel ruolo di un insolito "tedesco buono", dai modi urbani e affettati, una sorta di capovolgimento totale di tanti e tanti film hollywoodiani dove i "buoni americani" partivano per il fronte europeo al fine di sconfiggere la barbarie nazista: in questo caso è un tedesco nobile e sottilmente antirazzista a muoversi all'interno di un'America "da Olocausto afroamericano", uno sterminato campo di concentramento dove la giustizia e i diritti, per i non bianchi, non hanno cittadinanza. Il secondo, Di Caprio, nei panni "imperiali" da Commodo aggiornato al XIX secolo , il cui potere di vita e di morte sui propri schiavi è assoluta. Mirabili entrambe le loro performance, in una sfida che letteralmente nobilita il film. Intenso Jamie Foxx e grandiosamente, diabolicamente sulfurea la parte retta da un Samuel L. Jackson fisicamente quasi irriconoscibile (se non fosse per i suoi fiammeggianti, sospettosi occhi) nel ruolo di Stephen, il "negro di fiducia" del potente Candie. Quentin Tarantino supera - con "Django Unchained" - tutti i suoi ultimi parti cinematografici, e sembra aprirsi un nuovo percorso che, se non stessimo parlando del "teppista" del cinema Usa, potremmo anche definire di maturità. Da vedere senza se e senza ma.

Ferruccio Gattuso

Django Unchained
Regia: Quentin tarantino
Cast: Christoph Waltz, Jamie Foxx, Leonardo Di Caprio
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
Uscita nelle sale: 17 gennaio

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