Marigold Hotel

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Forse è una battaglia persa, ma tanto vale combatterla. Almeno a parole. Personalmente non ne possiamo più di ciò che il filosofo e polemista francese Pascal Bruckner ha abilmente definito - in due discussi, omonimi saggi sull'Occidente - "il singhiozzo dell'uomo bianco" e "la tirannia della penitenza". Non ne possiamo più, cioè, di questo tic tutto occidentale — di questo Occidente da XXI secolo appestato dal "politicamente corretto" - consistente nel non amarsi. Non amare, cioè, le proprie radici, la propria storia, e al contempo cercare in tutto ciò che è fuori, che è "esotico", il segreto per la felicità.

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Un tic adolescenziale e provinciale a un tempo, che implica una sfilza di luoghi comuni. L'Occidente ama mettersi, sempre e comunque, sul banco degli imputati, e trovare in tutto ciò che è "altro da sè" la purezza, la genuinità. Un debolezza, questa, che certo viene da lontano, fin dal mito del "buon selvaggio". Ma che nell'era della globalizzazione, l'era in cui le informazioni volano in un picosecondo da un angolo all'altro della terra, è ancora più ridicolo. Uno dei più solidi luoghi comuni del mito "esotico" è per l'appunto l'India.

E in questo mare di cose già dette e già sentite si tuffa di testa questa commedia amara e a tratti divertente (in uscita nelle sale italiane il 30 marzo) dal titolo "Marigold Hotel", diretto da John Madden (suo il 7 volte Oscar "Shakespeare In Love", per cui il regista è stato anche nominato dall'Academy) e interpretato da un ottimo cast di attori inglesi e indiani, tra cui spicca il terzetto composto da Judi Dench, Maggie Smith e Tom Wilkinson. La storia, adattata dall'omonimo e fortunato romanzo della scrittrice britannica Deborah Moggach, vede sette personaggi in età matura - quasi tutti pensionati con diversi problemi, principalmente di natura economica — lasciare il paese natio, l'Inghilterra, per trasferirsi in una fatiscente struttura alberghiera nella suggestiva zona di Jaipur, in India. Qui, pensano, sarà possibile cominciare una nuova vita, o semplicemente aspettare che la crisi passi, per poi tornare a casa.

I clienti del Marigold Hotel sono Evelyn (Judi Dench), una vedova lasciata sul lastrico dall'adorato marito, Graham (Tom Wilkinson) ombroso giudice dell'Alta Corte inseguito da un segreto amoroso pluridecennale, Douglas e Jean (Bill Nighy e Penelope Wilton) una coppia litigiosa che tira a campare, Norman (Ronald Pickup) e Madge (Celia Imrie), due single attempati in eterna ricerca d'amore, e infine Muriel (Maggie Smith), vecchia governante in pensione che deve sottoporsi a un intervento all'anca (economico, ecco perché in India) per poi tornare immediatamente nell'amata Inghilterra. L'India, con il suo caos ininterrotto, i suoi odori e i suoi miasmi, le sue contraddizioni, la sua struggente bellezza è come uno schiaffo — salutare e sensorio — sui visi e sulle anime di questi individui convinti di non avere più chance dalla vita. E invece, come cerca di spiegare tra poche battute riuscite, un pizzico di retorica e parecchio sentimentalismo il film di John Madden, la vita non è finita finché non è finita. Ecco perché nel Marigold Hotel retto dal giovane, idealista e confusionario Sonny Kapoor (Dev Patel, conosciuto al grande pubblico per "The Millionaire"), i sette anziani troveranno la catarsi. Senza inseguirla, anzi giungendovi con un misto di pregiudizio e di incoscienza. La cornice narrativa, dunque, è di quelle che potrebbero conquistare. Tutto passa però attraverso la più trita concessione al "singhiozzo" di cui si parlava sopra.

Gli occidentali sono alternativamente patetici nell'inseguire la giovinezza perduta, oppure intrisi di pregiudizi e tic razzisti (come il personaggio interpretato da Maggie Smith, birtannica stereotipata tutta tè, biscotti e diffidenza per chi "non è un vero inglese"). Gli indiani sono tutti sorridenti, saggi, umili, nobili, e persino l'unico personaggio pallidamente negativo (la madre del giovane Sonny, che vuole imporre al figlio un matrimonio combinato) accantona le proprie usanze in quattro e quattr'otto al termine di un dialogo buonista e da cartolina. L'India è il paradiso al quale attingere la ricetta della felicità, toccando superficialmente (e senza il minimo giudizio negativo) aspetti vergognosi come il sistema sociale in caste e l'accettazione acritica dell'esistenza degli "intoccabili", la cui "ombra è persino impura". Resterebbe da capire perché un Paese come il Sudafrica per l'apartheid è stato giustamente boicottato, mentre un paese come l'India non solleva nessuno sdegno tra i nostri occidentalissimi fan dell'esotismo. Ma questa è un'altra storia. Tra slogan a uso e consumo turistico tipo "In India alla fine si sistemerà tutto. Perciò se non è tutto sistemato, significa che non è ancora arrivata la fine" (ripetuto per ben tre dicasi tre volte nel film) e logori "topoi" letterari si giunge a un epilogo riparatorio in cui tutto viene semplicisticamente armonizzato. A parte l'innegabile bravura dei protagonisti, dunque, "Marigold Hotel" è per lo più un'ottima occasione goffamente persa. La sua particolarità, forse, è solo quella di essere una "commedia romantica per la terza età". Commercialmente a rischio, tra l'altro, e dunque coraggiosa in un mondo come il nostro, condizionato dal "giovanilismo", e nel quale temi come "vecchiaia", "morte" e "religione" sono veri e propri tabù.

Ferruccio Gattuso

Marigold Hotel
Regia: John Madden
Cast: Judi Dench, Maggie Smith, Tom Wilkinson
Distribuzione: 20th Century Fox
Uscita nelle sale: 30 marzo

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