Pietà

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Non che serva questa nostro esordio per attestarlo, ma è cosa chiara e assodata che il cinema "quotidiano", quello che vive nelle sale ogni santo giorno dell'anno e che richiama il pubblico desideroso di entertainment e/o di qualità cinefila, è cosa ben diversa da quello che vive, trionfa e cade ai festival. Ci piacerebbe identificare quale incantesimo colpisca giurati e critici - ad esempio, come è avvenuto recentemente al Mostra di Venezia — per indurli a esaltare film che, alla prova della realtà (e la realtà è quella della gente che investe i propri non pochi euro nel biglietto) fanno la fine del re nella famosa fiaba del "Re Nudo".

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In questo caso, parlando di "Pietà" di Kim Ki-duk, il re, cioè il trionfatore al Lido, è decisamente nudo. Il ruggito del Leone d'oro ne siamo certi sarà, alla prova del giudizio del pubblico, un miagolio. Perché la tragedia che il regista coreano porta sullo schermo, a parte una cornice interessante e una morale nitida (francamente ripetuta a voce troppe volte lungo la storia: il denaro danna l'anima, ok l'abbiamo capito), finisce per assumere i toni di una soap opera sadica. Le giurie dei festival hanno un pregiudizio favorevole verso l'Oriente, e ciò lo si è capito da anni. Anche questo è un riflesso di una malattia molto più ampia, che vede l'Occidente non amarsi più e cercare altrove il senso delle cose. Ma se l'altrove deve essere una storia come quella di "Pietà" - che, francamente, avrebbe dovuto intitolarsi "Vendetta": di pietà non vi è traccia - allora siamo messi peggio di quanto si pensi.

Nel quartiere popolare e depresso di Seoul chiamato Cheonggyecheo l'umanità brulicante in vicoli stretti di lamiere e rifiuti alla luce del giorno è costituita da piccoli artigiani che lavorano il ferro. Qui si muove — come un'anguilla nell'acqua (non a caso l'animale comparirà nella storia, in una scena di un pasto che anticipa simbolicamente un'atroce vendetta) — un giovane strozzino che, per riscuotere il pizzo dalla povera gente la induce a provocarsi gravi infortuni sul lavoro, al fine di ottenere le polizze di assicurazione. Nessun volto implorante può farlo recedere dalla sua missione, non vi è pietà in lui. Il suo cuore di marmo nasce forse dal non aver provato mai l'amore, essendo stato abbandonato, fin da neonato, dalla madre. Quando una donna si presenta alla sua porta di casa dicendo di essere sua madre, chiedendo perdono per l'abbandono, il giovane reagisce prima con diffidenza, poi con rabbia, infine lentamente si apre a una nuova vita. Che, però, comporta una debolezza: ora che la madre vive con lui, il rischio di una vendetta delle vittime dello strozzinaggio potrebbe ricadere su essa.

Infatti, dopo che ha deciso di abbandonare la crudele professione, il giovane scopre che la madre è stata rapita. Nella corsa per salvarla, scoprirà la vera identità della donna, e l'oscuro piano di vendetta di cui è stata capace. Tra crudezze e sadismi espliciti (ma non così duri come certa stampa ha evidenziato), il film di Kim Ki-duk ci porta a un epilogo che - prescindesse dalla decisione finale della madre - avrebbe un senso per noi, che abbiamo un concetto di pietà culturalmente mutuato dal cristianesimo. La scelta della donna invece è assolutamente crudele, e può trovare logica solo in quella visione orientale aliena da noi. Ma il film del regista coreano ci sembra addirittura goffo nella scelta dei toni, dove il melodramma si lega all'esasperazione delle situazioni (alcune strappano il sorriso, come quella che vede un figlio morto conservato dalla madre in un frigorifero), e dove i soliti tic della forma mentis orientale (la sopportazione del dolore fisico e del disgusto come prova di coraggio e di fermezza d'animo: roba da cinema di kung-fu anni '70) emergono senza argine. "Il denaro e il capitalismo sono il problema", ha ripetuto al festival di Venezia il vincitore Kim Ki-duk, presentandosi a ritirare il premio con il pugno chiuso.

Sarebbe utile ripetere all'illustre regista sudcoreano che l'abolizione del denaro, non lontanissimo dal suo paese e cioè in Cambogia, un certo Pol Pot lo tentò, generando una follia ideologica capace di produrre due milioni e mezzo di morti in quattro anni, dal 1975 al 1979. Quanto al capitalismo, pare che — ancora più vicino a casa sua — in Nord Corea sia assente. E non sembra che non vi sia sfruttamento, e la popolazione sprizzi di felicità. Forse sono gli individui a dare senso alle cose e non le formule ideologiche, magari ricorrendo a quella pietà che, nel film, è del tutto assente. Un Leone d'oro immeritato. Francamente, comprendiamo l'incazzatura di Bellocchio.

Ferruccio Gattuso

Pietà
Regia: Kim Ki-duk
Cast: Cho Min-soo, Lee Jung-jin
Distribuzione: Good Films
Uscita nelle sale: 14 settembre

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